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3.1. Software libero e software proprietario: prese di posizione della Microsoft. 3.2. Lo "shared source". 3.3. Copyright nel "cyberspazio": considerazioni critiche e proposte. 3.4. Tesi di Richard Stallman, padre dell'open source. 3.5. Lawrence Lessig: osservazioni di uno dei massimi esperti mondiali di "cyberdiritto". 3.6. Open source: filosofia applicabile anche in altri settori ? 3.6.1 L'avvento dell’"OpenCola". 3.6.2 Il progetto "OpenLaw". 3.6.3 L’ "Open Audio License". 3.6.4 L'enciclopedia "Wikipedia". 3.6.5 Open source nell'editoria. 3.6.6 Open source e DNA. 3.7. Il progetto "Palladium"
3.1. SOFTWARE LIBERO E SOFTWARE PROPRIETARIO: PRESE DI POSIZIONE DELLA MICROSOFT
Abbiamo compreso come la questione dell’open source e il caso DeCSS siano emblematici della situazione problematica che pervade il "cyberspazio" nei settori del diritto di proprietà e del diritto d’autore. Problemi di difficile soluzione, giacché nuovi e inattesi ed in quanto di portata globale e transnazionale, con tutte le possibili implicazioni di diritto internazionale. Le più recenti considerazioni sull’open source puntano l’indice sulla sua sicurezza, anche considerando gli attuali tempi d’allarme terrorismo. E’ di fine giugno 2002 un’analisi di un centro studi americano,60 peraltro esplicitamente finanziato dalla Microsoft, in cui si afferma che impiegare l’open source per i sistemi informatici fondamentali come quelli che riguardano la sicurezza nazionale, sarebbe pericoloso; questione questa, molto spinosa e sulla quale è assai complicato prendere consapevolmente posizione. Nel primo capitolo abbiamo affermato esattamente l’opposto, ma, come sempre, due sono le facce della stessa medaglia. A difesa dei software proprietari (pensiamo alla Microsoft, per esempio) si può citare il noto concetto "security through obscurity"vale a dire sicurezza ottenuta tramite la segretezza; il che è senz’altro condivisibile a patto che il software sia intrinsecamente valido e "scritto" bene. Solo se il software è privo di falle ab origine, insomma, la sua segretezza funge da amplificatore della sua sicurezza e affidabilità; sappiamo benissimo invece che molte volte la segretezza si pone (a parte le ragioni economiche) come mero argine alla scoperta di "bachi" che ne minerebbero l’affidabilità e quindi l’impiego su larga scala. D’altra parte sono gli stessi dirigenti Microsoft che recentemente hanno testimoniato, di fronte ad un tribunale federale USA, che alcune parti del codice del loro software proprietario sono così difettose che "non possono essere rivelate senza pericolo."61 L'unica cosa che può evitare il collasso della sicurezza delle moltissime aziende che usano software Microsoft, è la segretezza del codice: ciò non è molto rassicurante. Il fatto di poter contare sulla segretezza, per certi versi, induce alla trascuratezza e alla negligenza; fra l’altro solo il produttore può legalmente correggere eventuali difetti. In un prodotto open source, al contrario, chiunque può esaminare il codice sorgente, correggerlo e pubblicare la correzione senza impedimenti legali. Di conseguenza, le vulnerabilità nel software open source sono risolte più rapidamente poiché la sua struttura è, per definizione, controllabile e migliorabile legalmente da ogni utente che sia in grado di farlo. Lo studio americano succitato, che celebra la maggior sicurezza (e quindi validità in tempi di pericolo terrorismo) del software "chiuso", è insomma quantomeno criticabile. Innanzitutto consideriamo che per lo sviluppo di certi elefantiaci programmi (che la maggior parte di noi usa abitualmente) è necessario l’accesso al codice sorgente da parte di sempre più numerosi esperti interni ed esterni all’azienda madre, programmatori che per negligenza o dolosamente possono vendersi ad altre case concorrenti (lo spionaggio industriale esiste ovviamente anche in questo campo) o comunque volontariamente inseriscono (anche la sorveglianza su di essi può essere fallace) qualcosa di estraneo nei programmi.62 In secondo luogo, non necessariamente occorre conoscere il codice sorgente (come invece sostiene lo studio statunitense) per minare l’integrità di reti e programmi; la capacità di penetrazione degli innumerevoli virus come "Melissa" o l’attuale "Klez", tutti mirati a colpire software chiuso, dimostra assolutamente il contrario. La ovvia osservazione che qui nasce automatica, e cioè che si tratta di una questione di "numeri", è prontamente smentibile nel settore dei servers in cui, a livello mondiale, domina l’open source.63 Nonostante tre quarti dei siti Internet usino software il cui codice sorgente è disponibile ai terroristi, gli attacchi informatici hanno successo prevalentemente con quel quarto di siti che usano software a codice sorgente segreto. Come si può spiegare ciò? Si può tentare di farlo con una metafora; pensiamo al sistema d’allarme anti intrusione che possiamo avere installato per proteggere la nostra casa; ci sentiamo più tranquilli se il suo software è segreto, conosciuto solamente dal suo produttore (e noi non possiamo modificarlo a rischio di essere citati in tribunale), oppure se è di pubblico dominio, verificato, testato e migliorato da milioni d’utenti che magari hanno già subito dei furti? La questione è stimolante e una risposta forse l’avremo in tempi abbastanza brevi. Il punto focale però rimane sempre quello: in linea di massima, si può essere tentati di propendere per il sistema d’allarme "proprietario", ma purché, e nella misura in cui, esso sia seriamente testato e garantito come "robusto" e privo di difetti. Nel primo capitolo si era citata la proposta presentata al Senato circa l’introduzione dell’open source nella Pubblica amministrazione italiana; il 2 luglio 2002 è giunta la "risposta" della Microsoft. Nella lettera indirizzata alla Commissione istruzione del Senato nella persona del Presidente Asciutti, la Microsoft invita a scegliere il software in base alla sua funzionalità e non per preferenze di categoria, e afferma che la neutralità e la libera scelta dovrebbero essere i principi guida, cardini della Pubblica Amministrazione. Il mito del software gratuito, secondo la nota casa di software, trascura il fatto che i servizi correlati d’installazione, manutenzione, manualistica e supporto tecnico, possono essere costosi e di conseguenza il costo totale può rivelarsi elevato anche se il software stesso è economico. "Non è un caso", recita la lettera, "che le società che erogano servizi a pagamento d’assistenza ed installazione di programmi "open" abbiano un proprio fatturato consistente e si pongano sul mercato come una qualsiasi società di business; l'accesso ai codici sorgenti rende più facile il loro miglioramento, ma li rende anche più vulnerabili agli attacchi degli hackers. Risolvere i problemi inerenti alla sicurezza del software open source può essere molto difficile dato che non è stata un'unica entità a sviluppare il programma; l'elevata dipendenza dalle competenze tecnico informatiche richieste da chi installa programmi open source, fa pensare sempre di più ad un processo di involuzione tecnologica, le cui competenze sono sempre più accentrate nelle mani di pochi esperti; la possibilità di modificare i codici sorgenti comporta che possano esistere diverse versioni di uno stesso programma. Gli sviluppatori potrebbero trovarsi in disaccordo tra loro e seguire strade diverse. Risultato: le diverse versioni dello stesso prodotto potrebbero essere tra loro incompatibili; il software open source ha uno sviluppo incerto poiché non è supportato da alcuna azienda produttrice.
Non ci sono garanzie che in futuro vengano fatti investimenti per migliorarne le applicazioni. In pratica, una percentuale significativa di software "muore" lasciando una tecnologia obsoleta che non può interamente sostituirli". Per quanto riguarda la questione della diffusione, è opinione della Microsoft che: "Diversamente dai sistemi operativi ed applicazioni proprietarie, i sistemi open source non hanno alcuna diffusione nelle case e nei PC in genere. Lo sviluppo asimmetrico di un prodotto verso un altro, dovrebbe coincidere con le competenze di tutti, favorendo linearità con quanto già esiste sul mercato. Questo vale maggiormente quando parliamo di "E-Government" che dovrà favorire lo scambio e il dialogo fra il cittadino e la Pubblica Amministrazione. La Pubblica Amministrazione, crediamo quindi, debba fare leva su sistemi ad oggi più diffusi in modo tale da non dover colmare un gap d’alfabetizzazione che comporterebbe tempo e costi ulteriori con conseguenti difficoltà gestionali". Per quanto concerne i costi poi, nelle missiva si ribadisce che: "Open source non significa free (leggi: gratis n.d.s), ma, al contrario, tale sistema ha dei costi proporzionati all'elevata competenza tecnica richiesta nell'installazione, la manualistica e la manutenzione. Servizi questi, che fanno parte integrante del pacchetto software proprietario. La limitata protezione della proprietà intellettuale per i prodotti open source scoraggia gli investimenti e porta molti dei prodotti nelle mani di grandi aziende produttrici di software, che incrementano i prezzi dell'hardware per compensare le spese sostenute per lo sviluppo del software".
Una soluzione che la Microsoft prospetta è costituita dallo "shared source". Si tratterebbe di una formula-soluzione di compromesso che permetterebbe di condividere i codici sorgenti dei prodotti Microsoft con alcuni clienti, mantenendo nello stesso tempo i diritti di proprietà intellettuale necessari ad alimentare il business del software. Due gli obiettivi così raggiungibili secondo l’azienda di Redmond: creare valore aggiunto al business e sostenere le innovazioni tecniche.64 Questa "apertura", nel software proprietario, deriva anche dall’esigenza di consentire alle altre case produttrici di risolvere a monte i problemi di compatibilità con i prodotti Microsoft; va da sé che chi ottiene il "privilegio" di accedere ai codici sorgenti, non ha il permesso di compiere alcuna modifica ad essi o di rivelarli ad altri. Secondo Eric Raymond, uno dei guru e fondatori del movimento open source, chi si registra presso Microsoft per ottenere l'accesso allo shared source, oppure chi lavora per un'azienda che ha accesso al codice sorgente di Microsoft, dovrebbe poi, comunque, vivere nel terrore di essere citato in giudizio se scrive codice che somiglia nel funzionamento ad un prodotto Microsoft o compete con un prodotto Microsoft. Raymond sostiene inoltre che l’azienda di Redmond non avrebbe comunque bisogno di vincere la causa in tribunale o minacciare esplicitamente qualcuno: basterebbe una minaccia velata di citazione, per spaventare la stragrande maggioranza delle aziende concorrenti. Osserviamo che molti ritengono quest’iniziativa della Microsoft, soltanto un modo per cercare di attrarre simpatie fra i sostenitori del software libero o, comunque, una manovra per cautelarsi dalla sia pur lenta avanzata dell’open source conservando pur sempre i diritti di proprietà sui suoi prodotti. Microsoft tende a presentare i propri obiettivi aziendali (lo shared source con utenti selezionati), come una "filosofia" avvicinabile a quella che anima la comunità open source; ma lo shared source proposto da Microsoft non sembra, almeno per ora, nutrire molti estimatori e ci sono forti dubbi che le comunita' di programmatori open source possa imboccare questa strada. Si dice anche che la softwarehouse in questione abbia intrapreso quest’iniziativa probabilmente per sfruttare a suo vantaggio il momento di difficoltà incontrato da alcune aziende che ruotano attorno all'open source, alle quali sono stati negati i finanziamenti necessari per affrontare questo periodo di recessione.
3.3. COPYRIGHT NEL CYBERSPAZIO: CONSIDERAZIONI CRITICHE E PROPOSTE.
Per quanto riguarda poi, le più o meno intrecciate questioni inerenti al DeCSS e più in generale al diritto di proprietà nel "cyberspazio", molte sono le questioni e gli spunti su cui soffermarsi. In primis è bene ricordare le varie istanze, negli U.S.A., volte a introdurre modificazioni nella legislazione a tutela del copyright, soprattutto tese a limitare i diritti riconosciuti dal DMCA ai detentori dei diritti d’autore. E' sentito, come sempre più pressante negli Stati Uniti, un certo malcontento verso le limitazioni imposte da questa legge e da alcune proposte legislative tese addirittura a rafforzarne il raggio d'azione;65 i malumori dei consumatori e delle loro associazioni hanno trovato, da ultimo, un paladino nel deputato Rick Boucher,66 il quale ha proposto la modifica della sezione 1201 della norma, al fine di restituire ai cittadini l'esercizio del loro "fair use". Sappiamo che il DMCA criminalizza ogni comportamento diretto all'elusione di tecnologie di protezione, a qualunque scopo detti comportamenti siano stati messi in atto. In pratica, ciò significa che attività considerate perfettamente lecite dalla dottrina del "fair use", come il prestito di libri o la creazione di compilations partendo da cd regolarmente acquistati, nel vigore della normativa sul copyright digitale, divengono improvvisamente comportamenti illegali e da condannare. Secondo Boucher, con l’approvazione del DMCA, il Congresso avrebbe garantito diritti senza precedenti ai detentori di diritti d'autore. E la situazione è addirittura peggiorata anche con l'introduzione di CD audio con protezione anticopia: altro attualissimo e spinoso argomento.67 La proposta del deputato è indirizzata alla modifica del testo di legge, nel senso che la violazione di una protezione, è un comportamento criminoso solo se attuata con l'intento di violare l'altrui proprietà intellettuale; questo non sarebbe proprio il caso, per esempio, del prestito di un libro ad un amico. Fra l’altro, sotto la guida di Boucher, un gruppo di parlamentari ha inviato una lettera ufficiale all'associazione delle industrie discografiche americane per chiedere una descrizione tecnica e operativa delle tecnologie anti-copia. Il sospetto, infatti, è che esse possano violare l'Audio Home Recording Act (AHRA), una legge promulgata nel 1992, che sancisce il diritto del consumatore alla copia, per uso personale, della musica acquistata. Proprio questa legge consente alle case discografiche di ottenere percentuali su ogni cassetta, CD o minidisc vergini venduti nei negozi. Produrre cd protetti, allora, renderebbe automaticamente illegale la riscossione di tali royalties. Sempre a dimostrazione dell’attuale malcontento da cui è attorniato il DMCA, possiamo ricordare che proprio per oggi,68 alla "O'Reilly Developer Conference" di San Diego, è prevista un’esibizione del un noto esperto-attivista open source Bruce Perens, il quale ha intenzione di utilizzare il palco della manifestazione per dare il massimo risalto possibile ad una azione di disobbedienza civile contro il Digital Millennium Copyright Act; egli dimostrerà al pubblico ed alle televisioni presenti le tecniche necessarie a craccare un DVD in modo che sia possibile leggerlo in tutto il mondo al di fuori delle limitazioni geografiche imposte dai produttori. Provocazione, questa, tesa a portare nuovamente al centro dell’attenzione pubblica la criticatissima legge succitata nel cui nome, secondo Perens, in questi anni si è assistito ad una offensiva senza precedenti contro la libertà di sviluppo e persino di studio delle tecnologie. In secundis è doveroso ricordare le varie interessanti tesi d’eminenti studiosi ed esperti del settore, che s’interrogano sul quesito se sia ancora possibile parlare di copyright, almeno nel senso tradizionale del termine, nell’era digitale. Fondamentali appaiono, in questa sede, le osservazioni di due massimi esperti: Richard Stallman, fondatore del progetto "GNU" e principale esponente mondiale del movimento open source, e Lawrence Lessig, professore di diritto costituzionale all’Università di Stanford Stanford Law School, già esperto del Dipartimento di Giustizia americano nel caso Microsoft e autore di due saggi illuminanti in materia: "Code and Other Laws of Cyberspace" del 1999 e il recente "The Future of Ideas" (v.infra).
3.4. TESI DI RICHARD STALMANN, PADRE DELL’ OPEN SOURCE.
Interessanti sono le osservazioni fatte da Richard Stallman durante il suo intervento all’"Hackmeeting 2002" di giugno, a Bologna, circa le tematiche connesse al copyright. Egli parte da lontano, ricordando l’attività degli amanuensi italiani fino al 1500; la loro opera era non solo lecita, ma apprezzata in quanto strumento pressochè unico e prezioso di divulgazione e trasmissione culturale. Con l’avvento della stampa, il ruolo che era stato dei singoli individui, passò piano piano nelle mani di piccole e grandi strutture che erano in grado di potersi permettere gli elevati costi imprenditoriali. Nasce così la corporazione degli editori, cui spetta produzione e stampa centralizzata di libri in numerose copie identiche tra loro, poi distribuite e vendute ai lettori. Ebbene, afferma Stallman, nonostante l’epocalità di questa passaggio, le norme a difesa della proprietà intellettuale degli autori, non sono mai state ritenute come elemento valido o esaustivo per coprire ogni aspetto relativo alla diffusione della conoscenza e, meno che mai, all'accesso individuale alla stessa. In altre parole, secondo Stallman, la tendenza generalizzata che domina attualmente, sarebbe quella di estendere il (giustificato) alto livello di protezione accordabile a determinate opere dell’intelletto a tutte le situazioni. Ecco quindi le cause intentate da Hollywood contro ogni software (spesso open source,) che consenta di scardinare le tecnologie anti-copia di DVD ed E-book69 per impieghi personali o ristretti, oppure l'accanimento legale contro apparecchi con cui registrare films dal televisore, che escludono automaticamente le interruzioni pubblicitarie. Con l’avvento del digitale e la diffusione di Internet, secondo Stallman, si è in un certo senso ritornati ai periodi degli amanuensi; con risultati però assai più rapidi ed efficaci grazie alla tecnologia. Proprio nel mondo virtuale (cioè nelle Rete) si avverte l’inadeguatezza di concezioni e leggi fatte invece per regolamentare il business di rigide strutture imprenditoriali. Sono quelle norme che, a detta di Stallman, "finiscono per limitare la libertà del pubblico, impedire la fruibilità e l'innovazione, danneggiare la nostra stessa esistenza di cittadini in quanto tali." La soluzione proposta da Stallman verte sulla possibilità di individuare tre diverse categorie di prodotti intellettuali da tutelare in maniera differente tra loro: •) Le opere funzionali, per es. manuali informatici e ricette di cucina, che sostanzialmente non richiedono alcun copyright, poiché queste vengono migliorate dai liberi contributi di utenti e lettori; •) I lavori che rappresentano il pensiero dei rispettivi autori, quali saggi, ricerche scientifiche, memorie storiche, e che generalmente è bene lasciare immuni da interventi altrui; qui si potrebbe comunque prevedere la libera copia per usi non-commerciali; •) Infine, l'ambito meno definibile al momento, le opere di intrattenimento e di pura estetica, dove è impossibile giustificare alcuna modifica ed ove esistono pezzi unici, non riproducibili, ma con la possibilità di soluzioni tecnologicamente semplici quali per es. il corrispondere una determinata cifra per poterne godere ("inviare un dollaro a quella band che ci piace tanto mentre la ascoltiamo online" dice Stallman). Digitale e Internet, secondo il fondatore del progetto "GNU", tendenzialmente non sono per nulla nemici degli artisti, come invece tentano di convincerci le industrie di Hollywood; anzi, sono loro alleati. La Rete è un’enorme cassa di risonanza a livello divulgativo e pubblicitario e, di ciò, l’arte e la cultura non possono che trarne giovamento; questo non significa ovviamente anarchia del copyright, ma giuste leggi che permettano di "difendere le libertà degli utenti di far circolare idee e software, modificare e ridistribuire programmi, costruire comunità aperte", senza per questo essere tacciati di "pirateria informatica". Attualmente si può insomma affermare, secondo Stallman, che il ruolo del copyright è stato completamente rovesciato: doveva servire agli autori per porre dei limiti agli editori a favore dell'interesse generale, la tecnologia digitale lo ha trasformato invece in un sistema per consentire agli editori di porre dei limiti al pubblico in nome degli autori. Secondo Stallman:."Un tempo era facile applicare il diritto d'autore. Doveva essere fatto rispettare solo dagli editori, pochi e facilmente individuabili. Oggi è più difficile, perché bisognerebbe intromettersi nella vita di tutti, limitare ciò che si può fare con i computers, proibire l'uso di software". Esempio emblematico è quello degli "E-book ": la tendenza in questo settore in futura possibile espansione è diretta ad abolire libertà consolidate, come il vendere o comprare un libro attraverso il mercato dell'usato, prestarlo o prenderlo a prestito. Sarà ancora possibile conservarlo per tutto il tempo che il lettore desidera e poi rileggerlo, o comprarlo in completo anonimato, senza inserire il nome dell’acquirente in un database che registra tutto quello che si è letto? Questo si domanda Stallman e tutti noi dovremo porci questi quesiti fondamentali per la nostra libertà. Il Digital Millennium Copyright Act, appunto, vieta queste possibilità (obbliga cioè praticamente, a sottostare esclusivamente alla rinuncia all'anonimato e a diverse possibilità di acquisto e vendita, come prima è stato esposto) e Stallmann osserva che se queste restrizioni (per pura ipotesi) si applicassero alla stampa tradizionale, ne emergerebbe una giusta rivolta. Tuttavia con gli E-book gli editori pensano di poterci riuscire perchè prima gli E-book non esistevano, e quindi non si può reclamare il ripristino di certe libertà che precedentemente non sussistevano: "Chi si avvicinerà agli E-book penserà che essi hanno certi limiti, li hanno sempre avuti e non potrebbe essere altrimenti". In un’intervista rilasciata a Roma nel dicembre del 1997, Stallman aveva già affermato con molta lungimiranza: "quando si legge un libro, si forma temporaneamente una copia sulla retina; in un futuro prossimo qualcuno eccepirà che è una violazione del copyright fare una copia sulla retina e che quindi ci vuole un permesso per leggere il libro?" Altro attualissimo esempio è
quello dei telefoni cellulari di terza generazione che iniziano in questi giorni
a diffondersi in Italia, i cosiddetti "UMTS" e che in alcune
nazioni, come il Giappone, sono già d’uso comune. Le foto o i brevi filmati
trasmessi quasi in tempo reale
Illuminanti, sono le osservazioni del costituzionalista americano Lawrence Lessig. Come già accennato, si tratta di uno dei massimi esperti mondiali di "cyberdiritto"; professore di legge alla Stanford Law School, esperto d’informatica, scrittore, nonché avvocato a tutti gli effetti.70 Nei suoi due ultimi fondamentali saggi,71 egli affronta il tema del grado di libertà nella sfera digitale e del futuro della Rete in rapporto alle leggi che regolano la proprietà intellettuale. Lessig prospetta un futuro prossimo in cui Internet tornerà ad essere privilegio di pochi e dove, vincendo le aree di monopolio sulla libertà d’espressione, si avranno notevoli condizionamenti nelle offerte di contenuti. La libertà e l’anarchia come elementi caratterizzanti il Web, secondo Lessig, stanno per essere irrimediabilmente compressi da una sinergia sempre più subdola e pericolosa di proprietà intellettuale e monopolio; in tutto ciò l’innovazione della "banda larga", avrebbe un’importanza determinante. In fondo, il fulcro del problema è che il concetto di proprietà su cui si fonda il diritto privato del "mondo reale", nel "cyberspazio" viene sconvolto e scardinato da più parti. Quando al possesso si sostituisce l’accesso (alla Rete), molte delle regole cui siamo abituati e cui ci atteniamo nel mondo reale, vengono meno o, comunque, dovrebbero essere re-interpretate. L’accesso alla Rete diventa la nuova fattispecie giuridica che va regolata affinchè i diritti di proprietà non vengano calpestati. Secondo lo studioso americano, tra libertà d’espressione e proprietà intellettuale, c’è un rapporto di tensione che andrebbe risolto nel rispetto della concorrenza e della difesa del diritto di proprietà, evitando però che si creino, appunto, situazioni di monopolio quali sono sorte in seguito alla promulgazione del "DMCA". Lessig, nel suo libro "Code and the others laws of cyberspace" espone un interessante ragionamento (la cui paternità e del prof. Yochai Benkler72) sulla stratificazione dei sistemi di comunicazione, proprio per spiegare le cause della morte e successiva resurrezione della proprietà in internet; questa conseguirebbe alla perdita della libertà che caratterizzava le infrastrutture della rete. I sistemi di comunicazione, secondo il giurista di Stanford (che condivide le tesi del prof. Yochai Benkler), sono divisi in tre strati o livelli: fisico, logico e quello riguardante i contenuti. In internet lo strato fisico corrisponde ai cavi e alle macchine, lo strato logico riguarda i protocolli che determinano le modalità d’utilizzo dei cavi ed il terzo livello inerisce ai contenuti esistenti in Rete. Nel suo saggio l’autore espone vari esempi come, quello di Hyde Park, famoso parco di Londra ove chiunque può esporre le sue idee; in questo caso lo strato fisico è rappresentato dal parco, quello logico dal linguaggio e lo strato dei contenuti è rappresentato dalle argomentazioni degli oratori. Ora, la vera rivoluzione cui già s’inizia ad assistere, riguarda innanzitutto lo strato fisico di Internet; attraverso la "banda larga"73 i proprietari delle infrastrutture sono in grado di discriminare, dal punto di vista temporale, i contenuti della Rete. Di recente,74 è apparso in Rete un allarmato rapporto proveniente dalla "American Civil Liberties Union" (ACLU) che ha messo in seria discussione le reti a "banda larga" e la loro massiccia diffusione nel mercato. Secondo l'Unione per le libertà civili, le reti broadband sono una minaccia per la Rete, principalmente perché di proprietà di pochi operatori: un oligopolio, cioè, assolutamente incontrollato e potenzialmente dannoso. L'ACLU ha inoltrato il proprio rapporto al Governo degli Stati Uniti, auspicando un intervento nei confronti del monopolio della comunicazione broadband. Secondo l'ACLU i consumatori, passando alle reti a "banda larga", hanno acquisito innegabili vantaggi in termini di performance comunicativa, ma hanno anche abbandonato le reti dial-up che, sebbene siano più lente e inaffidabili, dispongono di un mercato con regole precise, una reale concorrenza e, soprattutto, una competizione tra operatori che ha ridotto notevolmente i costi negli ultimi tempi. Il timore è che nell'immediato futuro la Rete possa essere controllata da poche grandi corporation fornitrici di connettività broadband. Queste potrebbero decidere, in assenza di regole precise, cosa far vedere e cosa no agli utenti che navigano sul Web, filtrando contenuti scomodi, siti politicamente non allineati, ecc. Da questo quadro si evince, insomma, come le società di telecomunicazioni possano condizionare molto facilmente la libertà degli utenti, forzandoli per esempio, in modo più o meno trasparente, ad utilizzare determinate applicazioni oppure a fruire di certi servizi e contenuti, invece di altri. Il principale motivo della scriteriata deregulation che, contrariamente al solito, non ha prodotto effetti positivi sul mercato, è ricollegabile alla classificazione governativa delle reti broadband. Queste, infatti, sono definite dalla Federal Communications Commission (FCC) come "servizi di informazione": si tratta di una definizione diversa da quella delle compagnie telefoniche. In sostanza, collocandosi normativamente fuori del mercato telefonico, le compagnie erogatrici di connettività a "banda larga", non dispongono di un mercato regolato e non sono obbligate a rendere conto delle "aperture" delle proprie reti. L'ACLU ha proposto al Governo di equiparare il mercato broadband a quello telefonico, applicando precise regole antitrust e verificando la democraticità delle reti. Ovviamente i principali fornitori di connettività a "banda larga" hanno cercato di evidenziare la propria naturale diversità dagli operatori telefonici. Ricordiamo che, secondo i dati della stessa National Cable and Telecommunications Association, a contendersi il 75% del mercato sono le prime cinque società di telecomunicazioni, con una quota pari a circa il 35% nelle mani della sola At&t se andasse in porto la fusione con Comcast. La battaglia, quindi, si sposta dagli uffici dell'antitrust a quelli della FCC, la quale ha preso in considerazione la proposta dell'ACLU e si pronuncerà in futuro sulla questione. Quasi in contemporanea con l’uscita del suddetto libro bianco, anche in Italia veniva affrontato l’argomento. Il Presidente della Repubblica Ciampi, nell’ambito di un discorso su "Repubblica e pluralismo dell’informazione" ha ribadito che: "La garanzia del pluralismo e dell'imparzialità dell'informazione, costituisce strumento essenziale per la realizzazione di una democrazia compiuta. Il tema investe l'intero sistema delle comunicazioni, dalla stampa quotidiana e periodica alla radiodiffusione, e richiede un'attenta riflessione sugli apparati di comunicazione anche alla luce delle più recenti innovazioni tecnologiche e della conseguente diffusione del sistema digitale". La preoccupazione è quella, innanzitutto, di valutare seriamente l'estensione del concetto di "servizio universale" per comprendervi i servizi e le tecnologie di accesso a larga banda; in secondo luogo è basilare intervenire celermente, per evitare che il divario tra "info-ricchi" e "info-poveri" si accentui man mano che servizi pubblici e privati vengono fruiti attraverso la rete. Fra l’altro, dobbiamo tener presente che molto probabilmente stiamo ritornando verso una rete non più "gratis", nella quale i contenuti di cui usufruisce l’utente, dovranno essere in qualche modo pagati.75 Di tutto questo occorrerà tener conto alla luce dell'art. 3 della Costituzione nell'ambito della discussione di modifica dell'articolo 117 della Costituzione stessa in cui dovrebbe essere previsto che i servizi di accesso alla larga banda rientrino nel "livello essenziale delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale".76 Ritornando a Lessig, è sua convinzione, per l’appunto, che la proprietà intellettuale segua l’analogia dello strato fisico; dapprima si riteneva fosse morta, ma ora si può esercitare un controllo sulla distribuzione e sull'uso dei contenuti. Egli ritiene e constata, come sia in atto da qualche tempo un significativo spostamento di confini del diritto, il cui effetto è di deprimere il carattere pubblico (e libero) delle idee, a vantaggio di una progressiva e crescente privatizzazione. Già nel maggio del 2001 in Italia, al convegno di Stresa (dedicato a "Proprietà intellettuale e cyberspazio") il giurista americano evidenziò come la Rete stesse realizzando una metamorfosi che la renderà un qualcosa di molto differente rispetto a come era stata progettata e pensata: "Chi ha creato la Rete ha pensato ad un sistema che incoraggia la creatività e le applicazioni migliori. La rete è volutamente stupida: non sceglie quale contenuto o software diffondere. Sono gli utenti che decidono se utilizzarlo o no, decretandone il successo. Adesso questa caratteristica è in pericolo. Negli Stati Uniti, chi possiede i cavi per la trasmissione a larga banda vuole aggiungere una serie di controlli: questo file dovrà viaggiare più veloce, quello più lento, questo video potrà essere accessibile, quello no. Sarebbe come se in televisione potessi vedere bene solo alcuni canali e altri tutti a pallini. Questa capacità di discriminazione viene inserita ad un livello di internet che prima era neutro". Come avviene tutto ciò da un punto di vista pratico? Oltre che, appunto, attraverso le connessioni veloci di cui abbiamo parlato, in molti altri modi. Nel decimo capitolo del suo saggio "Code and other laws of cyberspace" lo stesso Lessig teorizza come le società umane abbiano sempre bisogno di regole e queste possano essere amministrate e rese efficaci, sostanzialmente, in quattro modi: con le leggi (e con poliziotti e giudici che le fanno rispettare), con la pressione sociale, con i meccanismi di mercato, ed infine con apparati tecnici che incorporino, al loro interno, delle norme. Quest’ultimo modo è quello che c’interessa di più e sul quale Lessig si sofferma con vari esempi pratici. Per il mondo "reale" pensiamo ai cosiddetti dissuasori o dossi artificiali che troviamo in molte delle nostre strade: obbligano gli automobilisti a mantenere una velocità consona ai limiti prestabiliti. In tal modo s’incorpora in un oggetto fisico una norma relativa alla massima velocità consentita in quel tratto di strada. Certo, violare i limiti di velocità è reato. Si potrebbe collocare un vigile in ogni tratto di strada, ma è molto più conveniente, a livello macroeconomico, ricorrere a tali "apparati". Stesso discorso vale per la porta blindata collocata all’ingresso della nostra abitazione. Nel "cyberspazio" lo stesso sistema, basato su apparati e architetture hardware e software, viene utilizzato sempre più frequentemente dai detentori dei diritti digitali nel campo delle nuove tecnologie, col risultato di assistere ad una subdola trasformazione della rete, da struttura aperta e paritaria ad una sempre più segmentata, recintata e vigilata. Ciò può avvenire in molti modi; i "dissuasori" di cui abbiamo parlato, nel mondo reale possono essere rappresentati dai "firewalls" di cui abbiamo detto nel capitolo primo, oppure questo può accadere stabilendo diversità di trattamento ai pacchetti di dati che circolano in rete. E’ il caso dei cosiddetti "Rich Media", vale a dire contenuti multimediali offerti agli utenti a pagamento, convogliati in rete con priorità rispetto a tutti gli altri. Questo, verosimilmente, provoca rallentamenti ed intasamenti nei collegamenti, a danno degli utenti con connessioni "free" o che comunque intendono continuare a fruire di certi servizi gratutitamente. ……Potrà dunque succedere che, per es., un telegiornale della Cnn scavalchi, nei nodi della rete, il notiziario no-profit di Indymedia. L’utente che è disposto a pagare, ha un miglior servizio ed il sistema di fatturazione e di priorità è incorporato nella struttura stessa del sistema. Altro esempio di "apparato tecnico che incorpora al suo interno delle norme" per usare le parole di Lessig è quello, attualissimo, dei sistemi anticopia per cd di cui abbiamo già trattato. In essi, l’apparato tecnico scardina una legge in parte scritta ed in parte consuetudinaria preesistente; oggi non posso più, per esempio, fare una copia di "sicurezza" nel caso l’originale si deteriori. Si può osservare, in generale, l’apposizione di restrizioni sempre più diffuse, alle modalità di circolazione delle "idee", e come le maggiori minacce alla libertà di parola e di espressione, non vengano tanto dai governi, quanto dalle libere iniziative del libero mercato, che, lasciato a se stesso, produce chiusura anziché apertura, cioè freno invece di innovazione. Meno chiare, puntuali e sollecite sono le norme predisposte dallo Stato, più alti saranno i "recinti privati" nel senso degli apparati tecnici che incorporano norme di cui parla Lawrence Lessig. Sembrano condivisibili allora, le tesi di chi afferma che la protezione ottimale della proprietà nel ciberspazio, sia un’equa miscela tra legge pubblica e recinti privati". E’ ovvio che la tutela della proprietà intellettuale è necessaria perché gli autori siano premiati nella creatività e nell’innovazione; tutelare il copyright significa incoraggiare investimenti nella ricerca e nell’attività creativa. Un eccesso nella sua salvaguardia, tuttavia, può produrre effetti esattamente opposti. Teniamo presente, poi, che a fronte di una crescente "digitalizzazione" delle informazioni, l’importanza del diritto d’autore cresce enormemente di valore e diventa un bene di ardua "amministrazione". Aumenta di valore nella misura in cui è difficile controllare l’utilizzo delle opere (duplicazione, modificazione, diffusione ecc. con un click del mouse) e diventa l’unico fattore che lega l’autore ai fruitori della sua opera, a fronte di una sua "smaterializzazione" in sequenze di codice binario. Non sembra d’altra parte percorribile la strada della riduzione del diritto d’autore (nella rete) ad una sorta di mero compenso da riconoscere ai titolari; non più diritto esclusivo, ma tradotto in una specie di forma di espropriazione per pubblica utilità. Un sinonimo di licenza legale, peraltro esclusa come ipotesi dalla Convenzione di Berna che la prevede solo in via eccezionale. 3.6. OPEN SOURCE: FILOSOFIA APPLICABILE ANCHE IN ALTRI SETTORI? Le discussioni tecniche e teoriche iniziate una decina d’anni fa sull’open source allo scopo di correggere gli aspetti negativi del software proprietario, si stanno lentamente spostando anche su di un piano diverso. S’inizia ad assistere ad una traslazione di una questione tecnica verso un più ampio dibattito politico incentrato sulla proprietà della conoscenza e su come essa è usata e protetta; c’è chi sostiene la libera circolazione delle idee e chi propende per un loro inquadramento come "proprietà intellettuale". Tanto più nel mondo cresce l’opposizione al potere delle grandi multinazionali e alla globalizzazione (con un inasprimento dei diritti restrittivi sulla proprietà intellettuale) quanto più la filosofia dell’open source si rafforza come possibile alternativa con cui contrattaccare. Peraltro sono in molti a dubitare che le istanze dell’open source, ed in particolare il modello del copyleft, possa diffondersi anche al di fuori del settore informatico, proprio perché contrario, per principio, a ottiche proprietarie ed a modelli "commerciali".
3.6.1 L’AVVENTO DELL’"OPENCOLA" Una società di software di Toronto ha, di recente, esposto nei suoi stands in varie fiere dell’informatica, una lattina provocatoriamente pubblicizzata col nome di "OpenCola". Questa bevanda che accompagna i prodotti dell’azienda americana, nata come mero strumento promozionale, è in breve divenuta emblematica di una certa tendenza verso l’esportazione del modello open source fuori dei confini strettamente informatici. La stessa società di Toronto è divenuta ora più famosa grazie a questa bevanda, che per il software che produce; il sito web che si occupa della sua vendita ne ha smerciato 150.000 unità in poco tempo. La lattina è di color grigio argento e la scritta "OpenCola" di color rosso. Al suo interno possiamo gustare una bevanda del tutto simile alla più blasonata CocaCola o PepsiCola. La differenza fondamentale è individuabile nel fatto che, in fianco al marchio, si legge un invito a visitare il sito "www.opencola.com"; ivi possiamo conoscere la ricetta della bevanda. Si tratta, quindi, del primo prodotto alimentare a "sorgente aperta."77 Di conseguenza (e ciò è esplicitato nel sito), chiunque può produrre la bevanda, apportandone anche le migliorie che ritiene opportune, a condizione però che la mutata formula rimanga di dominio pubblico. Si ha già notizia di studenti americani che ne modificano gli ingredienti per adottarla a simbolo in determinate feste od incontri a sfondo politico. Ora, nessuno può seriamente pensare che le società che producono la CocaCola o la PepsiCola (che invece da decenni tengono gelosamente segreta la composizione delle loro bevande) si sentano seriamente minacciate, però, è un dato di fatto che qualcosa sta cambiando. Uno dei dirigenti commerciali della "OpenCola", Laird Brown, attribuisce il successo di quest’iniziativa, ad una diffusa sfiducia verso le grandi multinazionali e verso la natura proprietaria di quasi tutto ciò che ci circonda.
Altro esperimento interessante è quello del progetto "OpenLaw" del "Berkman Center for Internet and Society" della Harward law School. Gli avvocati del "Berkman Center" sono specializzati nel cyberdiritto ed hanno forti legami con la comunità dell’open source; nel 1998 furono investiti, dall’editore online Eldritch Press, della richiesta di intentare una causa contro la legge statunitense sul copyright. La casa editrice in questione si occupava di pubblicare in rete i libri il cui copyright fosse scaduto; la nuova legge ("Sonny Bono extension act"), che protraeva la scadenza di vent’anni (da 50 a 70) evidentemente la danneggiava, restringendo la sua fonte di approvvigionamento di nuovi testi. Proprio Lawrence Lessig, oggi docente alla Stanford Law School, (ma allora presso Harward) invitò gli studenti di giurisprudenza di Harvard e di altre università, a contribuire a definire gli argomenti legali per contestare la nuova legge, attraverso un forum online, che poi è diventato "OpenLaw". Tentando un parallelo con le softwarehouses, anche gli studi legali scrivono il "codice" dei loro "programmi" (vale a dire le tesi difensive) a porte chiuse, per poi renderlo pubblico in tribunale (prodotto finale) anche se, comunque, le discussioni e gli scambi di vedute (codice sorgente) sulle questioni legali che hanno portato al "prodotto finito", rimangono segrete. Il "prodotto finito (o finale)" sarebbero le argomentazioni e la linea difensiva portata davanti al giudice e alla giuria e lo potremmo paragonare, in questa sede, al programma software usato dall’utente finale. Il progetto "OpenLaw" elabora invece i suoi argomenti in pubblico e li mette in circolazione coperti da copyleft. Wendy Selzer, responsabile del progetto "OpenLaw" dopo il passaggio di Lessig a Stanford. afferma che al caso Eldritch hanno collaborato una cinquantina di esperti e che "OpenLaw" continua nella sua attività, occupandosi anche di altre cause. I vantaggi sono intuibili: centinaia di persone analizzano il "codice" alla ricerca di errori e suggeriscono come correggerlo; altri si occupano magari di parti (argomenti) ancora non sufficientemente sviscerati, che a volte, possono poi rivelarsi utili allo causa. Il progetto può avere anche ripercussioni sull’opinione pubblica la quale viene educata a certe tematiche ed è in grado di prenderne coscienza in modo più partecipe. Ovviamente esistono anche dei lati negativi in un progetto come questo: innanzitutto, essendo i contenuti di dominio pubblico, non si può contare sull’effetto sorpresa mentre l’altra parte non può che giovarsene, In secondo luogo, e per la stessa ragione, non può essere usato questo metodo nelle cause in cui la discrezione deve essere assicurata.
Altro progetto di applicazione della filosofia open source al di fuori di confini prettamente informatici, è quello creato dalla già citata EFF78, nell’aprile del 2001. Essa ha pubblicato un modello di copyleft chiamato Oal (Open Audio License) per il mondo della musica digitale. I musicisti che pubblicano in rete le loro opere con questa licenza, acconsentono che i brani siano copiati, modificati, eseguiti e ridistribuiti con la stessa licenza. Questo si tradurrebbe anche in un veicolo di pubblicità e, secondo l’EFF, più persone ascoltano tali brani, più supporteranno poi l’autore e lo incoraggeranno a scrivere altre opere. In realtà, molti dubitano del successo di questo modello. Innanzi tutto, i files audio disponibili sul sito <www.openmusicregistry.org> non sono modificabili (quindi non open source). In secondo luogo, mentre nell’informatica l’open source permette agli utenti di apportare migliorie ai programmi eliminandone gli errori e le parti del codice inefficienti, non è chiaro come ciò possa avvenire con un’espressione di mera creatività quale è la musica.
3.6.4 L’enciclopedia "Wikipedia" Altro tentativo di esportare la filosofia open source in svariati settori, è stato quello dell'enciclopedia "Wikipedia".79 Un primo progetto ("Nupedia") in tal senso non era andato a buon fine, in quanto, delle previste 60.000 voci, nei primi due anni n’erano state completate appena un terzo. L’idea è stata rilanciata, circa due anni orsono, da due informatici americani: creare una sorta di banca dati online, una specie di enciclopedia appunto (ma molto meno "formale" rispetto a "Nupedia"), che sorgerà col contributo di utenti della rete che si ritengono competenti nelle diverse branche del sapere. Nel 2001 è iniziata anche la versione internazionale di tale opera. In un certo senso, l’applicabilità dell’open source in questo settore, sembra maggiormente attuabile rispetto all’esempio succitato riguardante la musica; similmente ai programmi software, le enciclopedie sono modulari e sono basate sulla sinergia di molte persone, inoltre hanno bisogno di aggiornamenti periodici e migliorano con il controllo di esperti. Tutti i contributi a "Wikipedia" sono considerati come rilasciati sotto la licenza GNU Free Documentation License. "Se non desidera che il proprio contributo sia modificato e/o distributo a volontà", si legge nella home page, "non lo si invii neppure". I contenuti inviati devono essere completamente ideati dall’autore, o attinti da risorse di pubblico dominio. Per verificare la buona riuscita del progetto, occorrerà aspettare del tempo; è chiaro che il buon esito di "Wikipedia" dipenderà dalla competenza e della volontà dei suoi redattori virtuali, i quali poi, in seconda istanza, dovranno anche occuparsi di correggere e migliorare (in puro stile open source) i testi.80
3.6.5 Open source nell’editoria Anche nel campo dell’editoria possiamo trovare le prime avvisaglie di un’influenza della filosofia open source. Già da tempo le pagine online di siti appartenenti o simpatizzanti con la comunità del software libero, pubblicano articoli ed approfondimenti in regime di copyleft; in calce vi si legge: "La copia letterale e la distribuzione di questo articolo nella sua integrità sono permesse con qualsiasi mezzo, a condizione che questa nota sia riprodotta". Nel marzo del 2002 la rivista inglese "New Scientist" ha pubblicato un articolo dal titolo "l’avanzata del Copyleft" descrivendo le varie tappe ed i successi del movimento open source, sia nell’industria informatica che negli altri settori cui si sta affacciando. Fra l’altro, è doveroso ricordarlo, anche da quell’articolo sono state tratte informazioni preziose per quanto scritto in queste ultime pagine. Quanto pubblicato dal magazine britannico, è stato inserito nella rivista, in regime di copyleft; quindi chiunque può copiarlo, ridistribuirlo, ristamparlo per intero o in parte, a patto che sia resa pubblica la nuova versione con un copyleft. Si tratta forse del primo esperimento del genere che riguardi la carta stampata. Graham Lawton, l’autore, al termine dell’articolo si dimostra incuriosito sulla sorte dello stesso ed afferma: "Chissà quale sarà il risultato. Forse l'articolo scomparirà senza aver lasciato alcuna traccia. Forse sarà fotocopiato, ridistribuito, rieditato, riscritto, copiato su pagine web, volantini e articoli in tutto il mondo. Non lo so, ma non è questo il punto: la questione non è più di mia competenza. La decisione adesso sta a tutti noi". E' interessante osservare cosa sia successo nei giorni successivi in Italia. L'articolo è stato, infatti, subito ripreso dal quotidiano "La Repubblica" con titolo diverso ("I ribelli del copyright"; 18 marzo 2002); ivi si legge che un giornalista della testata italiana si è recato a San Francisco ed ha attestato come i "pirati anticapitalisti" mietano sempre più successi e come l’open source stia dilagando anche in altri settori. Il giornalista sembra seguire in modo talmente pedissequo la struttura dell'articolo (stesse storie, stessi interventi, stesse considerazioni) da far pensare ad un mero rimaneggiamento dell'originale apparso su "New Scientist".81 Inoltre in calce allo stesso non vi si legge alcun riferimento esplicito alle fonti né alcun incitamento alla condivisione delle idee sul software libero. Mancanza ancor più grave se si pensa che, la famosa testata italiana, per orientamento politico, dovrebbe essere in prima linea nel caldeggiare il movimento del copyleft e certe idee "no-global". Vedremo se altre testate (anche online) italiane ed estere si comporteranno allo stesso modo; da una mia breve ricerca sul Web si osserva comunque, come, in linea di massima il comportamento riscontrabile su vari siti che si occupano di questa materia sia corretto, riportando l’indicazione delle fonti ed il regime di copyleft.
Coloro, fra i sostenitori dell’open source, che ritengono che nel nome di un uomo c’è scritto il suo destino, gioiranno nel conoscere l’origine del nome di Torvald. E’ Linus Torvalds stesso, il padre di Linux, a raccontare che il suo nome ha origine dall’apprezzamento dei suoi genitori per Linus Pauling, scienziato che ebbe un ruolo fondamentale nello studio del DNA e che vinse per ben due volte il premio Nobel. Nella ricerca, Pauling e altri scienziati, constatarono come la riservatezza o, peggio, la segretezza dettata dalla competizione, ritardi il progresso scientifico e come le fonti d’informazioni ed i risultati raggiunti debbano essere condivisi per riprodurre e migliorare determinati risultati. Queste idee sono anche alla base del movimento del software libero e dimostrano come la scienza sia, in fin dei conti, un’impresa open source; d’altra parte sono stati proprio gli ambienti scientifici la culla dell’open source. Oggi, i sistemi software protagonisti nella bioinformatica, sono in larga misura "free".82 La bioinformatica, detta anche "biologia computazionale", consiste essenzialmente nell'estrazione (e nella organizzazione) di conoscenza dalla sequenza di dati legati a proteine, genoma e altri dati genetici; è insomma la disciplina scientifica che si occupa dell'informatica preposta alla gestione e all'analisi di dati di tipo biologico. Proprio il grosso impegno profuso negli ultimi dieci anni nella nell'attività finalizzata al sequenziamento del genoma umano e di altri organismi, ha donato una particolare risonanza a questa disciplina; in concreto, scopo ultimo della bioinformatica è, insomma, lo sviluppo di banche dati utilizzate dalla ricerca biomedica, così come del software necessario per la loro interrogazione. Ricordiamo che attualmente in rete sono facilmente accessibili una serie di banche dati in cui i laboratori di genetica di tutto il mondo immettono i dati da loro elaborati. Se fino a qualche tempo fa, per identificare un nuovo gene ci si avvaleva solamente di lunghe procedure sperimentali di laboratorio, oggi la bioinformatica c’insegna che molte volte i risultati si possono scaricare direttamente da Internet, praticamente a costo zero e in tempi estremamente ridotti. Qualsiasi personal computer (non occorrono particolari potenze di calcolo) con accesso alla Rete può collegarsi ad una banca dati pubblica di sequenze di Dna, ed elaborare i dati sfruttando potenti programmi installati su computer remoti. Tutto ciò può o potrà portare a scenari degni di film di fantascienza, e l’intera disciplina della genetica (e materie correlate) dovrà essere oggetto di un’attenta analisi. Il pericolo di un’ingegneria genetica declassata a "bricolage domestico" è oramai una realtà; esistono i mezzi ed esistono i movimenti di pensiero che professano la piena libertà nella sperimentazione biogenetica come un diritto. Nel febbraio del 2002 è balzata agli onori della cronaca la notizia di un giovane scienziato, tal Eric Engelhard, docente di bioinformatica presso l’University of California-Davis, a nord di San Francisco, che nel tempo libero compie, appunto, del "bricolage genetico" sulle api. Con le sue conoscenze, tre alveari in giardino, un piccolo laboratorio, egli afferma di essere in grado di ottenere, a breve, api senza veleno nel pungiglione e, addirittura, in futuro, api in grado di avvertire la presenza di esplosivi attraverso i loro recettori posti sulle antenne; tutto questo grazie all’individuazione di particolari geni nel Dna degli insetti interpretati mediante l’interrogazione (via Internet) di laboratori specializzati nel decifrare il codice genetico. Racconta lo scienziato: "Quando uno ha le conoscenze, fare ingegneria genetica non richiede grandi mezzi. Mi bastano le attrezzature di un piccolo laboratorio chimico, delle culture batteriche che si trovano in vendita ovunque, e il Dna che io estraggo dalle api. Una volta identificato il gene responsabile per la produzione del veleno lo mando a un laboratorio specializzato nel decifrare il codice genetico: per 25 dollari mi mandano i risultati su Internet, che a mia volta interpreto con il mio software». Per generare l'ape mutante, occorre poi la fecondazione artificiale di alcune api-regine (ecco perché gli alveari in giardino). Alla fine la manipolazione genetica non verrà a costare più di 500 dollari: un hobby alla portata di tutte le tasche". Fantascienza? No, realtà! Realtà che una nuova generazione di scienziati americani83 oramai pratica, sostenendo questa libertà di ricerca spinta all'estremo; senza controlli se non l'etica individuale. Il caso Engelhard è la punta dell'iceberg di un movimento organizzato, con manifesti ideologici e luoghi di ritrovo. Engelhard, fra le sue molteplici attività, dirige anche la cellula locale di "Bioinformatics",84 un'associazione per la libertà nella sperimentazione biogenetica, fondata da un altro giovane scienziato, Jeff W. Bizzarro,85 che vanta 1.500 membri disseminati fra università e laboratori sperimentali. A San Francisco il dibattito sulla "libera genetica" ha le sue avanguardie, frutto dell'incontro tra cultura hi-tech e spirito libertario: predicano la legalizzazione totale della manipolazione genetica umana, purché condotta su "adulti consenzienti". La questione riguardante la "privatizzazione" del genoma (non solo umano) o della sua "liberalizzazione", muove e coinvolge interessi di portata elevatissima. Interessi economici valutabili in molti miliardi di dollari, che vanno a scontrarsi inevitabilmente con problemi etici altrettanto considerevoli. Da una parte, è evidente che senza la certezza di grandi guadagni ottenibili con brevetti, le multinazionali non investirebbero mai le altissime somme necessarie per le ricerche genetiche.86 D’altro canto, ci si chiede se sia opportuno un accesso collettivo e libero all’informazione biotecnologica; la biologia della vita, cioè, come programma open source modificabile e migliorabile da chiunque? E’ interessante a questo proposito, ricordare l’appello congiunto del presidente degli Stati Uniti Bill Clinton e del premier inglese Tony Blair del 14 marzo 2000. Nel comunicato, le due personalità politiche invitavano i resposabili del progetto sul genoma umano,87 ad attivarsi per garantire che la sequenza del Dna e le sue varianti fossero rese liberamente disponibili agli scienziati ovunque nel mondo; "l'accesso indiscriminato a queste informazioni" recitava il comunicato "promuoverà scoperte che ridurranno il peso delle malattie, miglioreranno la salute delle persone nel mondo e miglioreranno la qualità della vita di tutta l'umanità". Significativo è anche l’invito dell’Unesco, di concerto con la Santa Sede,88 espresso attraverso un commento alla "Dichiarazione universale sul genoma umano e i diritti dell'uomo" formulata in data 11 novembre 1997. Nel documento si riafferma la nozione del genoma umano come "patrimonio dell’umanità", il rifiuto della clonazione (anche terapeutica) e la libertà di ricerca che deve essere assicurata nel rispetto della dignità umana. Ripetiamo, in discussione ci sono valori etico-morali ed interessi economici di altissima rilevanza; i protagonisti della ricerca genetica come business, sostengono che solo garantendo la segretezza sui risultati si incentivano nuove scoperte. Dall’altra parte, i militanti della "libertà biologica" ritengono che solo rendendo pubblici i risultati, si può consentire una verifica collettiva dei dati, migliorando la qualità delle ricerche e accelerando la scoperta degli errori, garantendo poi la valenza del genoma come patrimonio dell’umanità, appartenente a tutti e non sfruttabile a fini di lucro. Il dibattito è aperto, e non sarà di facile definizione; in questa sede non si parla d’alternativa tra software proprietario o di (filosofia) open source. In ballo c’è la progettazione-manipolazione di esseri umani e il pericolo di una visione della biologia della vita o come un programma (open source?) modificabile e migliorabile da chiunque o, peggio, come monopolio di multinazionali che lucrano89 su di essa. Occorre evidentemente un’omogeneizzazione delle legislazioni nazionali in tema di brevetti e diritti di proprietà, ed un deciso intervento a livello transnazionale con convenzioni che regolino questa delicata materia.
Negli ultimi tempi,90 nei siti dedicati al mondo dell’informatica, si fa un gran parlare della tecnologia "TCPA/Palladium"; leggendo i primi articoli dedicati ad essa, si poteva pensare ad una delle tante "Hoax" (bufale, notizie non vere, nel gergo internettiano) che circolano in rete, ma non è così. Lo scenario che si profila, sempre che il progetto vada in porto, è, a dir poco, preoccupante. "Palladium"91 è un progetto fortemente voluto da Microsoft, assieme a AMD, Intel, Compaq, Hp, e altri, che, basandosi su di una sinergia fra software ed hardware, mira principalmente alla gestione dei diritti sulla proprietà "digitale", impedendo l’esecuzione di contenuti protetti sui computer. Questa tecnologia, come spiega Ross Anderson della Cambridge University, si fonda sul fatto che l’intera architettura del pc, anziché essere aperta e pubblica, è blindata. La comunicazione fra i vari componenti (disco fisso, lettore cd-rom, tastiera, ecc) è cifrata, ed il computer si avvia partendo da un chip speciale il cui contenuto è codificato. Intel, per es., celeberrima azienda di microprocessori, in data 10 settembre 2002, ha annunciato che il suo prossimo chip (quello che succederà al "Pentium 4", nell’autunno del 2003), includerà funzioni antipirateria finalizzate a tutelare gli utenti da attacchi informatici; dovrebbe garantire, inoltre, ai produttori di Media digitali, strumenti efficienti per controllare violazioni di copyright. Chips con queste caratteristiche, montati ab origine sui processori installati nei pc che acquistiamo, dovrebbero monitorare costantemente lo stato del sistema, controllandone il funzionamento. Lo scopo, ufficialmente, è quello di proteggere i dati, impedire l’ingresso di e-mails indesiderate, proteggere la privacy, bloccare virus e programmi privi di codice di autorizzazione. La realtà, però, potrebbe essere molto diversa e con ripercussioni intollerabili per i diritti di libertà degli utenti, con ricadute anche sulla utilizzazione del software open source. In pratica, tutto ciò che transiterà attraverso il nostro computer, potrà essere controllato da un sistema di autorizzazioni ("Palladium" esige che s’informi un server centrale ogni volta che si vuole eseguire contenuti protetti), gestito dai produttori di musica, film, hardware e software. Facciamo degli esempi pratici per comprendere meglio cosa potrebbe accadere. Immaginiamo di avere una raccolta di brani musicali salvati in formato Mp3, legittimamente tratti da un cd che abbiamo regolarmente acquistato. Il nostro programma di lettura della musica (per es. Windows Media Player della Microsoft), un bel giorno non ce ne permette più l’ascolto; perché? Perché con l’installazione dell’ultimo aggiornamento (o patch, o plug-in, o nuova versione), nell’ottica della tecnologia "Palladium", Windows Media Player identifica i nostri brani compressi, come "illegittimi". Se tentiamo di godere della nostra collezione di Mp3 con altro lettore (come per es. Winamp), non riusciamo ugualmente a procedere all’ascolto perché "software non autorizzato". Peraltro, Microsoft assicura che il problema degli Mp3 non sussisterebbe e, per quanto riguarda il fatto che soltanto i programmi certificati gireranno sui PC "Palladium", essa assicura che ognuno potrà certificare i propri programmi; resta da stabilire a quale prezzo, e chi gestirà il database delle firme digitali certificate. Un "velato sospetto" ci assale. Altro esempio: siamo accaniti fruitori di Excell 2000 che usiamo quotidianamente per lavoro e, non abbiamo nessuna intenzione di imbarcarci nell’apprendimento di un futuro ipotetico Excell 2004, in quanto ci costa un investimento di fatica e/o denaro. Con "Palladium", all’uscita di Office 2004, la Microsoft potrebbe decidere di bloccare l’esecuzione della vecchia versione di Office sul nostro pc, obbligandoci ad acquistare la nuova versione. Oppure: abbiamo scoperto i pregi di Linux92 ed abbiamo raggiunto la competenza per compilarci un Kernell su misura (v. cap.I, pag 1); ebbene, non potremmo più farlo perché esso non sarebbe certificato e quindi non eseguibile. Più in generale, per quanto riguarda l’open source, tecnicamente sarà possibile realizzare una versione di Linux compatibile con i computer "blindati" dall’architettura "Palladium", ma i problemi sarebbero molti. In primo luogo, occorrerebbe che qualcuno finanziasse la procedura di certificazione (ogni programma per essere autorizzato e "Palladium-compatibile", deve essere esaminato da un apposito consorzio che ne garantisca la sicurezza) per ogni singola versione del Kernell così come per ogni componente aggiuntivo del sistema operativo. E comunque, da un punto di vista generale, avere installato sul pc un chip che stabilisce quali programmi o addirittura files posso usare, finisce per condizionare in modo intollerabile la libertà dell’utente. E "Apache", il server Web (open source) più diffuso nel mondo, che destino finirebbe per avere? La domanda è retorica. Questo scenario di censura che ricorda molto il "Grande fratello" di orwelliana memoria, potrebbe poi trovare applicazione anche per la fruizione della Rete. Se, per formulare un’ipotesi, uno scrittore o giornalista autorevole, pubblicasse un articolo on line con cui critica, per es., l’operato del governo, o la politica internazionale del Vaticano, il governo stesso potrebbe ordinare ai servers di "Palladium" di censurare le pagine Web in cui sono pubblicate quelle opinioni. E anche, se, un famoso critico musicale, stroncasse sul suo sito, l’ultimo disco di un certo cantante, la major discografica interessata, potrebbe ottenere un’ingiunzione per usare la tecnologia ("Palladium") per oscurarlo. A dimostrazione di quanto sia facile condizionare il mercato anche a livello di accesso al Web, e per capire che quanto detto non è fantascienza, si provi ad andare a visitare il sito di e-commerce di "Agip" (http://www.buydrive.com/). Sembra che il sito sia visualizzabile solo ed esclusivamente col browser "Internet Explorer" della Microsoft. Se si usa un altro programma per navigare in Rete, (per es. "Opera"), diventa impossibile accedere al sito. Non si tratterebbe di un’incompatibilità del browser; viene da pensare invece ad una sorta di censura, o, meglio, di sabotaggio. Questo e ben altro potrebbe tecnicamente essere possibile con le potenzialità del progetto "TCPA/Palladium"; per es., invece di perdere tempo con lunghe e costose cause giudiziarie, indagini ecc., il "Grande fratello" di turno potrebbe, molto più rapidamente ed efficacemente, ottenere il permesso di riprogrammare da remoto, tramite servers centrali, tutti i computers con tecnologia "Palladium", per impedire determinate attività (esecuzione di programmi, accesso a siti ecc.). Il "bello" è che gli utenti "Palladium" non si accorgeranno neppure della censura, in quanto eseguita a monte. Le prime avvisaglie di un progressivo avvicinamento alla tecnologia in questione, esistono già. Si trova attualmente in vendita un computer portatile della IBM (modello "Thinkpad T-30) su cui è già installato un sottosistema di sicurezza conforme allo standard "Palladium". Pensiamo poi, all’ultima versione del s.o. di casa microsoft (Windows Xp); esso richiede un nuovo codice di sblocco nel momento in cui l’utente decida di cambiare, in modo rilevante, la configurazione hardware del proprio pc. Per rimanere in argomento, sembra93 che usando questo sistema operativo, ogni volta che l'utente effettua una ricerca nel proprio computer, i dati della ricerca vengono trasmessi (non sono chiari né il motivo né la legittimità di questa "intrusione") a Microsoft. Oggi questo comportamento invadente può essere bloccato installando un firewall94 non-Microsoft come "Zone Alarm". In futuro, grazie a Palladium, Microsoft potrà vietare l'installazione di programmi ad essa sgraditi (come appunto un firewall concorrente). Altro esempio: proviamo a leggere con attenzione la documentazione che troviamo allegata alle ultime schede audio della nota azienda "Creative" (modelli Sound blaster audigy/live). Scopriremo che l’uscita digitale dell’audio in tali componenti hardware, è disattivata nel momento in cui la scheda "si avvede" che viene eseguito del contenuto protetto. Questo accade, a prescindere dal fatto che si stia ascoltando, per es., un cd regolarmente acquistato; in tal modo, inoltre, è impedita la duplicazione di un cd (legittimamente posseduto) ad uso personale. Ciò, ricordiamolo, è in palese contrasto con la recente direttiva Europea 2001/29/CE.95 Recentemente, nell’estate del 2002, un noto quotidiano inglese,96 ha offerto ai suoi lettori un’anteprima dell’ultimo disco del cantante Elvis Costello; il cd conteneva alcune tracce normali, due brani in formato WMA (da ascoltarsi con il lettore Windows Media Player della Microsoft), e due tracce protette "a tempo". La particolarità di queste ultime, consisteva nel fatto che potevano essere ascoltate solamente quattro volte ed esclusivamente tramite pc con installato Windows Media Player 7.1 o versioni successive, configurato in modo tale da acquisire automaticamente le licenze via Internet. Anche questo caso, è emblematico, di un avvicinamento a quella che forse sarà la tecnologia "Palladium". Molte altre e più gravi potrebbero essere le ripercussioni derivanti dall’uso di questa tecnologia, a livello militare, governativo, nei sistemi di pagamento elettronici ecc.; tali considerazioni però esorbitano dallo argomento di questa tesi. Per ulteriori approfondimenti si può consultare, oltre a quelli già citati, il sito in nota.97 La domanda finale che dovremo porci, a proposito di questa tecnologia, è se ne sarà possibile un suo aggiramento per eledure in qualche modo tutta quella serie di controlli cui saremo soggetti se il progetto "TCPA/Palladium" andrà in porto, e per restituire, così, all’utente un legittimo controllo sul suo computer. Spieghiamo brevemente perché ciò sarà molto difficile se non impossibile. ……Innanzi tutto, questa tecnologia, a differenza di altre già usate, (per es. il numero seriale in Windows Xp) si basa su una combinazione di hardware e software. Alterare l'hardware, che sarà completamente cifrato, richiede strumentazioni costose, apparecchi ed una perizia al di fuori dell’utenza normale. In secondo luogo, è vero che secondo le specifiche del TCPA tutte le sue funzioni sono disattivabili dall'utente, che è libero di avviare il proprio computer nella maniera tradizionale; però, questa facoltà, sicuramente introdotta per tranquillizzare gli utenti preoccupati delle proprie libertà, in realtà, è un'operazione di facciata. Perché? Perché avviando il pc senza TCPA, non potremo usare nessuno dei suoi programmi certificati. Potremo forse far girare programmi non certificati (quelli attuali, per esempio), che però non riusciranno a comunicare con le periferiche, che per motivi di protezione del copyright si aspetteranno soltanto dati certificati. Se così non fosse, potremo stamparci un libro scaricato da Internet oppure masterizzarci un compact disc. Cercando di navigare in Rete, poi, potremo scoprire che in nome della sicurezza i siti Web commerciali rifiutano le connessioni dagli utenti che non usano macchine protette da Palladium. Questo costituirà un grande incentivo ad acquistare queste nuove macchine, il cui numero crescente spingerà sempre più siti ad abbracciare "Palladium", creando un effetto valanga identico a quello ottenuto nei browser da Internet Explorer:98 esistono già siti che non sono visitabili con browser diversi da quello Microsoft. ……In terzo luogo (sempre ipotizzando che il progetto TCPA/Palladium vada in porto) si potrebbe ritenere che, comunque, sarà possibile acquistare pc tradizionali anche in futuro evitando così d’essere vittime di tecnologie come "Palladium", vale a dire computer "aperti" come quelli attuali, su cui far "girare" quello che vogliamo. Per i primi tempi, questo potrà anche accadere in quanto le macchine "Palladium" saranno poche e richieste principalmente da chi fa informatica senza particolari pretese; costoro probabilmente non avvertiranno da subito le restrizioni che tale tecnologia impone loro. Nel lungo periodo, invece, si può ragionevolmente presumere che questa tecnologia prenderà inesorabilmente piede. Negli uffici, sia pubblici sia privati, per esempio, si diffonderanno computers con questa tecnologia non appena gli amministratori di sistema si renderanno conto che "Palladium" impedisce ai dipendenti di installare nei pc aziendali ogni sorta di programmi (giochi, programmi per scambio di files ecc., in grado da "distrarli" dal lavoro) e di alterare il funzionamento del computer. Riflettendo sul fatto che sono principalmente le aziende a trainare il mercato dell'informatica, si può dedurre che nel momento in cui si verifichi un calo nella domanda di "pc tradizionali", i loro prezzi aumenteranno vorticosamente a causa del calo dei volumi di vendita. Chi vorrà e potrà allora permettersi un computer "libero" (ammesso che continuino ad esistere) da costrizioni imposte dal "Grande fratello" di turno, si troverà in grossa difficoltà. E comunque, ripetiamo, l’ostacolo maggiore sarà la compatibilità con programmi e accesso alla Rete plasmati sui parametri di "Palladium" et similia. Tutto questo si ripercuoterà pesantemente, oltre che sui diritti di libertà individuali, anche su di una libera cultura informatica, in cui i programmi open source sono protagonisti. Come oggi nessuno si sogna di insorgere perché il software del proprio telefono cellulare non è modificabile, forse, domani, i neofiti dell’informatica accetteranno supinamente il fatto di avere un computer "blindato" sul quale non è possibile fare libera e legittima programmazione, sperimentazione e ricerca. Che cosa fare per opporsi a questo scenario? Innanzitutto non subire passivamente, ma parlarne, prenderne coscienza, con l’augurio che sorgano organi governativi e legislativi internazionali in grado di regolare aspetti così nuovi e ricchi di ripercussioni per la vita di tutti, addetti ai lavori e non.
3.8 Consumismo informatico, legge di Moore, ecocompatibilità, decreto Ronchi Immaginiamo un’industria automobilistica che produca vetture che ogni diciotto mesi raddoppiano il loro fabbisogno di carburante senza un proporzionale incremento di prestazioni. Supponiamo poi l’esistenza di un’assidua maggioranza di automobilisti che fanno a gara per acquistare queste macchine più potenti ed esigenti in fatto di consumi, per poi sfoggiarle orgogliosamente con gli amici. Il quadro descritto può sembrare rappresentativo di una situazione irreale; si tratta, invece, né più né meno, della realtà cui assistiamo in quello strano e peculiare mercato distorto, rappresentato dalla compravendita di personal computers. Due sono gli elementi da considerare: in primo luogo la c.d. legge di Moore99 e le alleanze fra produttori di hardware e software e in secondo luogo il grado reale di utilizzazione dei computers da parte dell’utente medio. La legge di Moore è stata enunciata nel 1964 da Gordon E. Moore, co-fondatore di Intel ed in verità ha più il carattere di una supposizione che non di una vera e propria legge scientifica. Anzi sono in molti a ritenere che sia stata formulata, o comunque sia stata successivamente strumentalizzata, esclusivamente a fini commerciali. Essa afferma che l'evoluzione elettronica porta ad un raddoppio della capacità elaborativa dei computers, (più precisamente sarebbe il numero di transistors per pollice quadrato di un circuito a raddoppiare) ogni 12 mesi circa. Diciamo che fino a oggi tale supposizione seppure ampiamente rivista nel suo valore temporale (infatti dai 12 mesi iniziali si sarebbe passati agli odierni 30), si è dimostrata sostanzialmente esatta. Certo, con il passare del tempo la tecnologia si avvicina ai limiti fisici della materia, con la nascita di nuovi problemi e nuove sfide e c’è chi sostiene che nonostante il profilarsi di rivoluzionarie tecniche,100 questo ritmo sarà destinato ad essere infranto. Il falso mito della velocità di un pc, come fatto dipendente dai megahertz del processore ivi installato, imperversa sempre più obnubilando le menti ed incidendo pesantemente nelle finanze degli utenti meno esperti. In un mercato ragionevole, la c.d. legge di Moore dovrebbe portare a diminuzioni di prezzi a parità di prestazioni, anziché macchine più "potenti" a prezzi maggiori. Si garantirebbe così la diffusione dei computers in quelle categorie che oggi non se li possono permettere (questo anche a livello globale in modo da attenuare il "Digital divide" su cui v.infra) e si eviterebbero spese inutili a chi "se lo può permettere", ma non per questo deve spendere male i suoi soldi. Invece si assiste ad una corsa inarrestabile verso soluzioni software che riescano (inutilmente) a "saturare-valorizzare" la potenza dei processori e le capacità di strumenti di supporto (memoria, "dischi rigidi" eccetera) sempre più grandi, con ingombranti "innovazioni" che costringono a continui "aggiornamenti". D’altro canto, un computer con capacità comunque molto superiori a ciò di cui abbiamo realmente bisogno, dovrebbe poter durare molti più anni di quelli attuali. La tendenza, al contrario, è, ripetiamo, quella di continuare a sovraccaricare funzioni, spesso superflue, per creare un’altrettanto inutile esigenza di maggiore velocità di calcolo (reale o presunta) e così "forzare" continui, costosi quanto insensati "aggiornamenti" di software e hardware. Il risultato di questa rapida evoluzione porta ad una psueudo-obsolescenza tecnologica cronica. Esempio pratico: due anni orsono un ottimo pc era caratterizzato da un processore a 800 Mhz, disco fisso da 20 Gb, memoria RAM da 128 Mb e scheda video dotata di 16 Mb di memoria. Oggi, su di un computer di pari livello, è installato (e il compratore molto difficilmente potrebbe esigere o farsi assemblare una macchina meno potente) un processore da 2200 Mhz, disco fisso da 60 Gb, memoria Ram da 256 Mb (ma anche 512) e scheda video da 128 Mb di memoria. Più semplicemente possiamo affermare che, per es., un computer attuale è cinquanta volte più potente di uno analogo del 1997. La domanda da porci è allora se il nostro fabbisogno di performance sia in campo lavorativo, che in campo domestico-ludico, sia cresciuto di pari passo. La risposta è assolutamente negativa, almeno riguardo alla maggior parte degli utenti. Lo testimonia il fatto che esistono "eroici-illuminati" quanto rari utilizzatori di pc che continuano ad usare macchine di cinque o più anni fa, essendone pienamente soddisfatti. Partiamo dal presupposto che la stragrande parte di utenti di personal computers utilizzerà in realtà al massimo il dieci per cento delle potenzialità dei mostri di potenza cui ci hanno abituato le case produttrici di software e hardware. Abbiamo idea di quanti dati servano per occupare un moderno disco fisso da 60 Gb? Una memoria Ram da 512 Mb ci farà terminare più rapidamente la compilazione di una busta paga redatta, per es, con Excell? Sì, forse di un milionesimo di secondo… . Una scheda video da 128 Mb di memoria, ci farà visualizzare meglio il filmino amatoriale da noi girato? No, ci può servire solo ed esclusivamente se siamo professionisti nel campo delle elaborazioni grafiche o usiamo il nostro computer per elaborati montaggi video, o ancora, se siamo assidui giocatori dei titoli videoludici per pc appena usciti sul mercato. E allora qual è il problema di fondo? Il problema non è unico ma sono molteplici. Innanzitutto, l’esistenza (potremmo dire) di un più o meno tacito accordo fra produttori di software e fabbricanti di hardware. Pensiamo ai sistemi operativi più utilizzati come Windows della Microsoft; ogni successiva edizione è più avida di risorse e i produttori di hardware (Intel o Amd per es.) si adeguano. Windows 98 era uscito per supplire e migliorare l’instabilità di Windows 95; è poi seguito Windows 98 seconda versione e poi Windows Millennium Edition ed ora la versione XP. Ognuna di queste versioni richiede, per poter funzionare, maggior spazio sul disco fisso ed un’accresciuta disponibilità di memoria RAM per ottenere praticamente gli stessi risultati in termini di efficienza e stabilità. O comunque, per la c.d. legge di Moore, l’hardware raddoppia di potenza ogni anno e mezzo e le softwarehouses si sentono in qualche modo spinte a valorizzarlo per motivi commerciali, d’immagine ecc. Una spirale senza fine, un circolo vizioso…il classico serpente che si mangia la coda. Si innesca così un consumismo informatico fuori da ogni logica (se non quella di mercato) derivante da una cronica vetustà dei nostri pc con conseguenti problemi anche dal punto di vista di compatibilità. Per es. un documento di testo redatto con l’ultima versione del sistema operativo non potrà essere visualizzata perfettamente con una versione troppo datata dello stesso s.o. : un’obsolescenza tecnologica, che fra l’altro riguarda anche altri apparati tecnologici, che si ripercuote innanzitutto sulle nostre tasche facendoci cambiare la nostra "vecchia" macchina ogni due anni e poi anche sull’ambiente. Anche in questo contesto la filosofia open source è più che mai attuale; già ne abbiamo analizzato nel primo capitolo i vantaggi e le peculiarità. Essa, inoltre, si trova in perfetta armonia con un’economia sostenibile; attingendo ai files sorgente dei programmi esistenti, il programmatore svolge ogni lavoro (di innovazione o miglioria) a partire da una base che qualcun altro ha già sviluppato. Ciò comporta un risparmio di tempo e di risorse umane. Essendo i codici sorgenti aperti e condivisibili a tutti, si evita che su di uno stesso progetto lavorino (disgiuntamente, come accade nel mondo del software proprietario) più programmatori, magari per ottenere i medesimi risultati. Una crescita poi nell’uso di sistemi operativi "alternativi" come Linux, potrebbe essere decisiva per scoraggiare od "eludere" progetti pericolosi per i diritti di libertà e di libera concorrenza come il "Palladium", (di cui abbiamo parlato nel precedente paragrafo) risultato di un accordo fra grandi imprese di hardware e software. Proprio l’indipendenza dei membri della comunità open source (dal semplice programmatore appassionato, all’esperto progettista) dalle pressioni di mercato e delle case produttrici di hardware consentirebbe di sviluppare, proficuamente, applicazioni anche su computer erroneamente considerati vetusti. I singoli utenti, così come le piccole aziende, potrebbero allora investire e puntare più sull’affidabilità ed i minor costi di software open source, con la garanzia di utilizzare molto più a lungo gli stessi programmi con aggiornamenti molto meno onerosi (ed inutili) sia a livello di software che di hardware. Si potrebbe allora disporre di computers che funzionerebbero per svariati anni con applicazioni semplici ed in continuo aggiornamento, senza richiedere espansioni. Poter contare su pc più longevi e meno costosi (in quanto dotati di software open source) sganciati per così dire dalle logiche commerciali e plasmati sulle reali esigenze dell’utente, comporterebbe conseguenze importantissime in termini di Digital divide ed ecocompatibilità. Per "Digital divide" s’intende il divario tecnologico fra i diversi paesi del mondo; sia nel senso di differenza di dotazioni tecnologiche, sia come opportunità nella loro utilizzazione. L’accesso e l’utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione rappresentano, nel nostro mondo, un pre-requisito per lo sviluppo economico e sociale. Sono l’equivalente dell’elettricità ai tempi dell’era industriale. Questo problema, sicuramente anche accentuato dai ritmi e dalle peculiarità sopra esposte proprie del mondo non-open source, è oggi oggetto di studio e di impegno da parte di molte organizzazioni governative e non101. Lo scopo di tali organizzazioni e associazioni è quello di monitorare gli sviluppi tecnologici nei vari paesi e cercare di porre rimedio al gap di alfabetizzazione, impegnandosi in progetti e convegni di sensibilizzazione e studio. Si pensi che, secondo ricerche dell’International Telecommunication Union102, il venti per cento della popolazione mondiale dispone del 60 per cento delle utenze di telefonia e del 70 per cento delle utenze Internet. Per es. l’Africa, pur rappresentando il 12% circa della popolazione mondiale, ha solo l’1% di utilizzatori di Internet, e di questi (2,5 milioni in totale) ben un milione si trova in Sud Africa. L’impegno ad uno sviluppo delle tecnologie dell’informazione potrà sicuramente avere ripercussioni importanti sulla diffusione e la socializzazione di servizi anche primari; pensiamo alla cosiddetta "telemedicina" e all’"e-learning"103. Anche in questi settori, molti sono i progetti ed i programmi open source104. Per quanto concerne poi le ricadute del consumimismo informatico sull’ambiente, i dati sono allarmanti e il problema non è preso nell’adeguata considerazione. Si pensi che secondo i dati forniti dall' Agenzia nazionale per la protezione dell'ambiente (www.sinanet.anpa.it) e dall'Osservatorio nazionale sui rifiuti, solo nel 1999, a livello mondiale ammontano a 40 milioni di unità i computers dismessi come rifiuti e si prevede che nel 2004 i rifiuti da pc saliranno a 100 milioni di pezzi. Oggi gli apparecchi usati costituiscono il quattro per cento dei rifiuti urbani e il loro volume aumenterà dal tre al cinque per cento all'anno, quasi tre volte più rapidamente dell'aumento medio dei rifiuti urbani. Attualmente, il novanta per cento dei rifiuti tecnologici finisce in discariche dove i materiali vengono inceneriti e recuperati senza trattamento preventivo. Nei rifiuti tecnologici troviamo sostanze (quali piombo, cadmio, mercurio, cromo), molto pericolose per l’ambiente e l’organismo umano. Per citare un triste statistica, secondo i rapporti medici della rivista New Scientist (www.newscientist.com), le donne che concorrono alla costruzione di microchip corrono tra il 40 ed il 100 per cento dei rischi di aborto.105 L'innovazione tecnologica e la pseudo-obsolescenza tecnologica di cui abbiamo parlato, accelerano il processo di sostituzione ed i rifiuti aumentano; se negli anni '70 i computers nuovi duravano in media dieci anni, oggi questa durata si riduce a circa quattro anni e nel caso dei prodotti più innovativi si parla, addirittura, di diciotto mesi. L'Unione Europea ha affrontato il problema elaborando importanti normative circa lo smaltimento dei rifiuti e per la raccolta differenziata ma sono ancora pochi i comuni italiani che si sono adeguati alle direttive europee. Ricordiamo, per quanto riguarda la legislazione italiana, il decreto legislativo n. 22 del 05/02/1997 (c.d. Decreto Ronchi)106 nel cui art. 44 è affrontata la problematica dei "rifiuti speciali". Questa norma prevede che nel momento dell’acquisto di un nuovo computer, il vecchio debba essere riconsegnato al venditore oppure alle imprese che si occupano della raccolta e dello smaltimento di questo tipo di rifiuti. Il decreto prevede la possibilità di fissare una cauzione pari al 10% del prezzo del prodotto, fino a un massimo di cento euro che verrebbero restituiti alla consegna dell'apparecchio. Occorre sottolineare tuttavia, come, nonostante il decreto Ronchi, l'Italia stia movendo solo i primi passi in questa direzione, mentre altri stati europei sono più attivi in questo settore e si stanno movendo per proporre per es. leggi che obblighino i produttori hardware a sviluppare prodotti riciclabili almeno al 90%, ed eliminare i materiali tossici e a ritirare a spese proprie l'hardware al termine del suo ciclo di utilizzo. La fattibilità in concreto di queste normative, si scontra però con le resistenze dei distributori, i quali sono consapevoli che in questo modo i costi lieviteranno e le vendite potrebbero calare. L’idea che deve prevalere, tuttavia, è che oggi il riciclaggio, anche se costoso, costituisce uno strumento indispensabile per uno sviluppo sostenibile. Pensiamo che se ogni cittadino europeo riuscisse a recuperare almeno quattro chilogrammi di apparecchiature elettriche ed elettroniche all'anno, si risparmierebbe l'equivalente di centoventi milioni di Gigajoule, pari a 2.8 milioni di tonnellate di petrolio ogni anno, con un risparmio energetico del 60-80% rispetto all'utilizzo di materia vergine.107 Altro strumento che potrebbe affiancarsi a quella del riciclaggio, consiste nel noleggio delle apparecchiature informatiche da parte delle grandi aziende. La Fiat, ad esempio, usufruisce di trentamila computers in affitto, e questa tendenza ad incentivare il noleggio piuttosto che la proprietà potrebbe essere estesa anche alla Pubblica Amministrazione.108 In alcuni paesi sono noleggiate addirittura le apparecchiature domestiche; noto è il caso della Svezia, paese in cui molte famiglie usano lavatrici in affitto che pagano in relazione ai cicli di lavaggio eseguiti. Per il futuro, c’è da augurarsi, che anche i computers di casa non saranno più acquistati ma noleggiati. In sostanza, svincolarsi dall’inutile "consumismo informatico", anche grazie ad un avvicinamento all’ottica (filosofia) open source, può giovare all’economia (macro e micro), all’ambiente e forse ridurre il gap tecnologico con i paesi tecnologicamente arretrati a tutto vantaggio di una più oculata gestione delle risorse disponibili. TESTI Attivissimo P., Odoardi R., Da
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